domenica 28 ottobre 2012

Piedimonte Matese. I fischi del San Carlo ad Enrico Caruso sono un falso storico riproposto dalla Rai. Anche il nipote Giovanni Francesco lo ha confermato/VIDEO

Traiamo spunto da un post di Angelo Forgione per Napoli.com dal quale, attraverso i giornali dell'epoca si può tranquillamente riscontrare che il tenore fu accolto con calore dai suoi concittadini. Sebbene molto emozionato fu applaudito. Il mistero del luogo di nascita del tenore. Napoli o Piedimonte Matese. Per 2mila lire, divenne...Napoli!
Molti giovani, con la fiction Rai "Caruso" andata in onda lo scorso 24 e 25 settembre, hanno potuto fare la conoscenza con un grande nome di Napoli, Enrico Caruso appunto, che ha portato la musica napoletana in giro per il mondo decretandone il successo e che, ha il merito di essere stato un pioniere dell’industria discografica superando per primo al mondo la soglia del milione di dischi venduti. Purtroppo però quella stessa fiction è risultata troppo romanzata ed edulcorata da pomposi ricami, e non ha reso completa giustizia alla vera storia del personaggio su cui è nata la leggenda dei fischi ricevuti al teatro “San Carlo” della sua Napoli nella quale non tornò più a cantare. La tradizione o forse la leggenda vogliono che durante l’interpretazione de “L’elisir d’amore” di Donizetti il celebre tenore abbia avuto la sua più grande delusione: la sua emozione e un’insicurezza malcelata non lo avrebbero fatto cantare al meglio. Fortemente deluso dai fischi dei suoi concittadini e dalle critiche che gli sarebbero state rivolte, avrebbe deciso di auto esiliarsi e di non cantare mai più nella sua città natale. In realtà le cronache del 31 Dicembre 1901 e del 5 Gennaio 1902 su “Il Pungolo” (disponibili all’Emeroteca Tucci di Napoli), il quotidiano che monitorava attentamente la vita teatrale di Napoli, riportano dell’emozione che irretì il tenore nel primo atto, rotta dagli applausi sempre crescenti fino alla richiesta del bis. Fu proprio il barone Saverio Procida, rispettato e temuto critico dell’epoca, a giudicare con autorevolezza l’ancora incerto Caruso, dimostrando che Napoli prescindeva dai suoi successi a Milano e altrove. Nella fiction lo stesso nobile napoletano viene rappresentato come il regista dei fischi a Caruso, ma si tratta invero di un falso nel vero senso della parola, visto che i giornali dell'epoca, come anzidetto riportano tuttaltro. Lo stesso nipote dell'artista, Giovanni Francesco Caruso, durante una recente visita a Piedimonte Matese, ha fatto capire che si tratta più che altro di una rivisitazione molto fantasiosa e non proprio vicina alla realtà dei fatti. 
Questo il resoconto (riscontrabilissimo) del barone Procida all'epoca dei fatti: “1 gennaio 1902: Diciamo la verità serena se non vogliamo togliere serietà al successo finale d’iersera. Tanto più che questa verità ridonda a beneficio dello stesso Caruso. Il giovane e fortunato Divo mi parve ieri sera, nel primo atto, atterrito dalla sua stessa fama, se ne risentì persino il buon metallo della sua voce; (…). Più tardi, gli applausi amabili rinfrancarono l’artista e noi potemmo, dopo che venne richiesto il bis del duetto finale del primo atto, e dopo che il cordiale saluto al proscenio rassicurò il tenore sulle intenzioni favorevolissime del pubblico, giudicarlo equamente. Ecco la mia impressione schiettissima: il Caruso ha una voce di valido timbro baritonale, di bel volume eguale, abbastanza estesa, gagliarda in certi suoni che costituiscono il segreto del suo successo teatrale, con note di una potenza rara. Ma pari alle qualità naturali di un organo privilegiato, a me non risulta il possesso di una sapienza tecnica che disciplini codesti spontanei doni e renda più pastosa la voce, più eguale la successione dei suoni, più elastiche le agilità d’un canto leggero e fiorito come quello dell’Elisir, più impeccabili i passaggi, più precisa l’intonazione, che ieri, e mi auguro per la commozione del debutto, fu talvolta incerta: insomma, io non scorgo ancora nel Caruso l’artista che stia all’altezza cui lo colloca la fama e lo destinerebbe un organo singolarmente dotato. E c’è di più. lo non so perché il Caruso si ostini a cantare la musica di mezzo carattere come l’Elisir. So bene: alla Scala di Milano ebbe un successo strepitoso proprio in quest’opera frivola e leggiadra del sommo bergamasco. E che conta? Un artista deve studiare le proprie facoltà e non esaltarsi a un giudizio, mettiamo errato, di pubblico. Ora il Caruso dà colore e fiamma alla sua voce, non ancora levigata e domata, con un accento profondo, impetuoso di una stupenda passionalità. Accento che ieri sera gli valse un gran successo soltanto in fondo all’opera, dopo cioè la celeberrima “Furtiva lagrima” bissata da Caruso a furor di popolo. E con qualità così passionali, elementi di un temperamento drammatico così esplicito, egli s’illude di poter coltivare anche un tipo di musica che richiede una disciplina paziente, quasi glaciale, inesorabile della sua voce? (…) Occorrerebbe possedere la magistralità di uno Stagno, avere avvezzata la propria gola a tale elasticità, averla resa così duttile da non temere le insidie del doppio repertorio. Ma il Caruso, non si dolga della mia franchezza affettuosa, è ben lontano da quest’arte prodigiosa che ci dette i Duprez e i Tiberini e i Gayarre e gli Stagno e, per ora, deve optare per uno dei due generi. lo non gli consiglio certo il virtuosismo. Mi pare che lo stile adatto gli manchi, che non senta più quel modo di fraseggiare, tanto che a volte Nemorino ha il gesto, il fragore vocale e l’accento eroico di Raul o di Enzo Grimaldo. lo credo che il Caruso debba fissarsi in un genere drammatico che, senza levarsi all’eroico, spazi fra l’ardore della passione moderna. Accento caldo, vibrazione intensa, suono poderoso, costituiscono il bel patrimonio della sua voce, e ieri, nella romanza, l’accento di dolore fu così caldo, così schietto e l’innestò in certi ardui passaggi così bene, che non fece più dubitare della meta cui deve tendere il Caruso”. 
Meglio ancora pare sia andata alle repliche: "Ieri sera Caruso cantò meravigliosamente quella patetica melodia. La progressione di voce onde compie il passaggio dalla prima alla seconda parte della romanza è davvero degna di un grande cantante, di un grande artista. Il pubblico ne restò entusiasta". Fu quindi la critica competente del severo ma non prevenuto Saverio Procida a infastidire fortemente un Caruso troppo sicuro dei suoi recenti successi, cui il critico napoletano rimproverò la scelta di un repertorio al di sotto delle sue possibilità. E i fatti postumi diedero ragione al Procida perchè la straordinaria carriera americana del tenore si concretizzò proprio abbracciando il genere che gli aveva suggerito. Caruso effettivamente non cantò più a Napoli, ma in realtà non cantò più in Italia perchè andò incontro al suo straordinario successo negli Stati Uniti.
Anche l’esperto giornalista musicale contemporaneo Pietro Gargano, autore di due biografie su Caruso, conferma che il grande tenore non fu affatto fischiato al “San Carlo” seppur riportando di una evidente tensione in sala e rimproverandogli una certa presunzione: “Il San Carlo era teatro tanto difficile quanto il ventottenne Caruso ingenuo. Non rese omaggio ai nobiluomini che, in prima fila, stabilivano il tonfo o la promozione di un cantante. Affrontò “L’elisir d’amore” adatta a un tenore di grazia. Quando il sipario si aprì, gli amici in piccionaia applaudirono forte ma furono azzittiti dai nobiluomini. Il tenore s’innervosì, la sua voce restò ingabbiata. Il giorno dopo su “Il Pungolo” il critico Saverio Procida gli mosse rilievi, nessuno rancoroso, parecchi giusti. Indispettito, Caruso giurò che sarebbe tornato sotto il Vesuvio soltanto per mangiare i vermicelli. Fu di parola”. 
Insomma, quella sera al “San Carlo” nessuno pare si sia permesso di fischiare il più grande tenore, anche se evidentemente non lo era ancora. E Napoli non esitò a pungolarlo, appunto. Divenne il più grande di tutti i tempi. Vent’anni dopo, alla sua morte, fu proprio il barone Saverio Procida a scrivere un’epigrafe su “Il Mattino”, sottolineando il suo ruolo nella più spinosa vicenda artistica del tenore: “Dotato di una voce di stupenda robustezza (e per averne tecnicamente fissato il carattere, vent’anni fa, il grande artista mi votò un inestinguibile rancore, fino a non voler più cantare in Napoli e a non voler comprendere che nel mio rilievo c’era il maggiore elogio alla intensità della sua espressione drammatica), guidato da un sentimento che amplificava sempre il contenuto lirico del personaggio, sicuro dell’elasticità incomparabile dei suoni, che vibravano nella gola, perché erano temprati sulla sensibilità quasi morbosa del suo temperamento artistico, scevro di pregiudizi stilistici, che non arrestavano mai la fiamma di cui il napoletano autentico a dispetto della vernice transatlantica aspersa più sulle sue scarpe che sulla sua fantasia bruciava, tutto istinto e intuito, tutto estemporaneità di senzazione, il tenore che non ebbe emuli nel suo tempo e potè per antonomasia accettare per lui soltanto la lettera maiuscola della chiave in cui cantò, fu il prototipo del tenore moderno. Egli incarnò il realismo musicale, fu il vocabolario della nuova lingua." 
A tutto ciò, romanzata per romanzata bisogna doverosamente aggiungere che Caruso, stante una leggenda tutta matesina, confermata dagli ultimi ottuagenari in vita intorno agli anni 60', sarebbe nato a Piedimonte Matese e non, bensì, a Napoli. Ma all'epoca avere la "matrice" "nato a Napoli" per chi si cimentava in quel tipo di arte era davvero importante, soprattutto in prospettiva futura, ovvero puntare all'America. Si narra quindi di un raid notturno (ben remunerato, circa 2mila lire che ad inizio 900' erano soldi) da parte dei collaboratori stretti di Caruso, i quali chiesero ed ottennero all'epoca, di cancellare dai registri di Piedimonte Matese la nascita del tenore, intanto, nel contempo, già registrata presso gli uffici municipali di Napoli (altrettanto remuneratissima).

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