venerdì 26 ottobre 2012

La "Casta" non molla: la Commissione Affari regionali boccia i costi della politica

"Apprezzabili ma insufficienti" secondo la commissione le misure contenute nel ddl: frenata sui costi della politica, condizioni poste sulla retroattività a deduzioni e detrazioni fiscali.
Sarà forse l'avvicinarsi delle elezioni politiche a riportare i contrasti nei partiti, sta di fatto che quando si tratta di legiferare sulla "casta"... si ritrovano stranamente tutti d'accordo. I contrasti nella maggioranza bipartisan che sostiene questo  governo tecnico improvvisamente sbiadiscono, quando sul tavolo ci sono i soldoni dei politici. Ma qui, più che di politica, quindi di risoluzione dei problemi della gente comune, bisognerebbe parlare solo di pochi eletti. Quello che è successo fa pensare proprio al ritorno della casta, con la bocciatura, da parte della commissione Affari regionali, del decreto legge sul taglio ai costi della politica, varato dal governo sull'onda degli scandali nelle regioni (Lazio, Lombardia...). Se allora tutti i partiti avevano plaudito alle misure, oggi la commissione dice che quel decreto è "apprezzabile", ma "insufficiente" e non pienamente rispettoso delle norme costituzionali:
un modo come un altro, insomma, per prendere tempo e ripensarci su. Sotto accusa pare che ci sia soprattutto il controllo preventivo della Corte dei Conti. Bocciata dai partiti anche la legge di stabilità: la commissione Finanze della Camera ha dato, infatti, parere positivo al disegno di legge fissando però alcune importanti condizioni, tra cui l'eliminazione della retroattività del taglio delle detrazioni e deduzioni, come del tetto di 3mila euro alle detrazioni stesse. Come sembra saltare anche la norma che taglia 600 milioni alla sanità; mugugni infine sulla Tobin taxpensioni di guerra. Insomma, grane forse troppo impegnative per un governo techico non eletto dal popolo, quindi senza una maggioranza certa che lo sostenga. Sono sempre più insistenti, a questo punto, le voci nei corridoi di palazzo che parlano di un possibile scioglimento anticipato delle Camere, per andare al voto a febbraio-marzo (anzichè aprile o maggio). Intanto lo stesso Premier Mario Monti ha già messo le mani avanti, con: "Quindici mesi, per me personalmente, sono abbastanza, ma per ristrutturare l'economia non bastano".

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