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giovedì 3 febbraio 2011

Alife.Tacciato di eresia e miracolato da San Francesco ancora oggi incalza il mistero di Pietro D'Alife. L’episodio in un affresco di Giotto

Il personaggio. Di lui parlano Tommaso da Celano il primo biografo del santo d’Assisi e san Bonaventura da Bagnoregio
Con il passare dei secoli non si è riusciti a far luce su questo personaggio che a suo tempo interessò non poco l’opinione pubblica. Eppure ancora oggi il mistero che circonda la sua fama non si riesce a svelare, sebbene una parte della sua vita abbia interessato capitoli della letteratura francescana, attraverso le pagine di Tommaso da Celano, amico e primo biografo di Francesco d’Assisi, e di San Bonaventura da Bagnoregio. Il personaggio che tanta attenzione destò sulla sua figura è Pietro d’Alife la cui storia, o meglio il suo miracolo, fu affrescata da Giotto nella Cappella Superiore della basilica dedicata al santo di Assisi (nella foto). È il quattordicesimo della parete sinistra dove sono raffigurati i miracoli del Santo dopo la morte. Chi era Pietro d’Alife? È un interrogativo al quale non si riesce a dare una risposta. Per avere un’idea di chi fosse necessita, per forza di cose, deve cominciare a rivolgersi a quanto, a suo tempo, fu scritto proprio da Fra Tommaso da Celano nel suo «Trattato dei miracoli» e da S. Bonaventura da Bagnoregio nella «Leggenda maggiore». Siamo al secolo XIII. Il popolo è a disagio di fronte alla corruzione che dilaga e avverte forte il desiderio di un ritorno a certe verità evangeliche che sembrano dimenticate. Nascono movimenti di protesta che spesso hanno un nome pesante: eresie. Ci voleva poco per esserne tacciati. Bastava avere fama di pensatori troppo liberi su ciò che secondo i sani principi del cristianesimo si dovesse mettere in atto e a quanto ai sistemi da usare nel trattare gli eretici, non si andava troppo per il sottile. Siamo al tempo dl Papa Gregorio IX. In diverse parti si dovettero iniziare procedimenti contro gli eretici. Tra loro un tale di nome Pietro d’Alife accusato di eresia fu catturato a Roma. Fu dato in custodia al vescovo di Tivoli, Giacomo Colonna appartenente alla famiglia del Papa Nicola IV, e questi ricevendolo sotto pena di perdere l’episcopato gli fece porre i ceppi ai piedi ed incarcerato. Alcuni nobili della città desiderando che il vescovo incorresse nella pena minacciata dal papa, nascostamente lo fecero fuggire. Ripreso fu messo sotto strettissima custodia con pesanti ceppi ai piedi e poco vitto ed acqua. La sera precedente la festa di San Francesco, 3 ottobre, incominciò ad invocare l’aiuto del Santo che commiserandolo scese nel carcere e chiamandolo per nome, gli comandò di alzarsi subito. I ceppi ai piedi si spezzarono e pure tutte le strutture del carcere si aprirono. I guardiani corsero dal vescovo per riferire ciò che avevano visto e tutti insieme gridarono al miracolo. L’episodio fu affrescato da Giotto quando incominciarono, su ordine di Bonifacio VIII, i preparativi per l’Anno Santo del 1300. In quella occasione fu la grande figura di Francesco d’Assisi a fare da richiamo alle masse di pellegrini che da ogni parte giunsero a Roma ed Assisi per onorare colui che rappresentava una delle immagini più pure del cristianesimo. Resta alla fine l’interrogativo iniziale: chi fu Pietro d’Alife e poteva ritenersi un eretico?
Aurelio Martino

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